Sebastiāo Salgado non ha sicuramente bisogno di presentazioni. Molti conoscono i suoi lavori di indagine sul nostro pianeta, forse non tutti conoscono l’impegno sociale suo e di sua moglie Lélia Wanick Salgado. Non voglio quindi dilungarmi nel descrivere la spettacolarità delle sue immagini, basti dire che raffigura la condizione più infima della miseria e del lavoro schiavizzato del terzo mondo, come una narrazione che spesso ricalca un’iconografia religiosa o dai forti rimandi al sacro. Il risultato sono delle fotografie apocalittiche e impressionanti, che raffigurano sempre le condizioni disperate e forzate.
Un’altra caratteristica di Salgado è la forza compositiva ed estetica che riesce a dare alle sue immagini, riuscendo ad abbellire un soggetto, quale la povertà o la fame, che di bello non ha assolutamente nulla.
Ma come lui stesso spiega: “perché si possa comprendere il linguaggio delle immagini, perché si possa leggere una fotografia occorre presentarla in un certo modo, avendo cura delle luci, delle composizioni…Altrimenti non suscita interesse: la si guarda e si passa oltre”.
Ma veniamo alla mostra presentata giovedì 29 febbraio al Salone degli Incanti dal titolo Amazōnia.
Entrando si ha la sensazione di addentrarsi in un sacrario: pareti nere, soffitti neri ed enormi fotografie che sembrano retroilluminate, un colpo d’occhio incredibile. Una musica poi ti avvolge e ti porta dentro la foresta amazzonica, con rumori, versi degli animali o canti degli uccelli, dal fruscio del vento sulle foglie allo scroscio dell’acqua, tutti suoni tipici di quei luoghi. Jean Michel Jarre è l’autore di questo accompagnamento alla visione. Guardando da vicino le immagini ci si accorge che non sono retroilluminate ma riflettono la luce dei faretti che le inquadrano alla perfezione. Se posso dire, un capolavoro di installazione.
Sebastião e Lèlia hanno diviso il percorso in sezioni che ben rappresentano le meraviglie di questa terra impervia, dalla Panoramica della foresta in cui è la spettacolarità della veduta aerea a rendere l’immensità della foresta amazzonica, attraversata spesso da nubi tempestose, a i fiumi volanti una caratteristica straordinaria della foresta fluviale dove si formano dei movimenti di vapore acqueo trasportati verso l’atmosfera. Questo fenomeno è dovuto alla traspirazione, cioè dal rilascio di vapore acqueo dagli alberi che, considerandone il numero, si può dedurre la portata di questi fiumi. Tempeste tropicali: solo guardando questa serie di immagini ci si rende conto della violenza dell’acqua e del vento che si abbatte sulla terra, provocando devastazioni, alluvioni. Solo gli indigeni conoscono i segnali premonitori di questi eventi e possono mettersi al riparo per tempo. Piloti di aeroplani o elicotteri se ne guardano bene dall’affrontarli. Montagne:anche questo argomento mi ha lasciato incuriosito, non immaginavo una simile varietà di conformazioni, dai picchi impervi agli altopiani. La Foresta definita dai colonizzatori “Inferno verde” è un tesoro di inestimabile valore per la vita sulla terra. Si conclude con Isole nel fiume, l’arcipelago che emerge dalle acque del Rio Negro, sempre in continuo rimodellamento e formazione, dove solo navigatori esperti sanno trovare la via del ritorno.
Ma non finisce qui. Al centro del Salone degli Incanti ci sono tre isole che vogliono rappresentare le capanne indigene, ocas. Alle pareti le immagini delle dodici popolazioni indigene che ancora vivono e si battono per salvaguardare la vita di questo incontaminato ambiente dalle scellerate politiche economiche governative, che non si curano della preziosità di questo polmone verde della terra. Disboscamenti selvaggi riducono sempre più la foresta per dar spazio ad allevamenti e alla coltivazione di soia per gli allevamenti intensivi. Dopo pochi anni l’area si desertifica e quindi viene abbattuta una nuova area di foresta. Viene poi sfregiata dalla costruzione di strade per accedere alle preziose risorse del sottosuolo. Effetti questi che hanno già portato a modificazioni irreversibili. Salgado è rimasto sette anni a contatto con queste etnie, raccontando le loro tipicità, il loro lavoro, la loro simbiosi con l’ambiente. Ritratti coinvolgenti descrivono le loro persone con i loro nomi, gli abiti, le abitudini, i metodi di caccia, la profonda conoscenza delle proprietà curative e non delle piante. Qui vivono gli Awá-Guajá, che contano solo poche centinaia di membri e sono considerati la tribù più minacciata del pianeta, o gli Yawanawá, che con orgoglio, sul punto di sparire, hanno ripreso il controllo delle proprie terre e la diffusione della loro cultura, i Korubo, che sono la tribù con meno contatti esterni. Basti dire che alcune tribù raccontano degli sfarzi del loro passato nei loro rapporti di amicizia e scambio con gli Incas. Le interviste ai rappresentanti delle tribù sono un grido, una richiesta d‘aiuto per la salvaguardia della loro esistenza nel loro ambiente.
Gli straordinari ritratti che Salgado ha fatto di queste popolazioni mi ricordano lo sforzo che fece Edwaed S. Curtis fotografando gli indiani d’America, immagini che sono diventate un patrimonio di valore antropologico inestimabile, nella speranza che la storia insegni qualcosa e non si ricada in vecchi errori, nella certezza che l’imponente messaggio di Sebastiāo e Lèlia serva ad aprire a tutti gli occhi.
Un’ultima sezione, con pannelli in rilievo, aiuta i non vedenti a farsi un’idea della spettacolarità della mostra … aiuta.
Fabio Rinaldi marzo 2024
Le immagini sono tratte direttamente dalla mostra
i ritratti di Lélia Wanick Salgado e Sebastiāo Salgado sono di © Fabio Rinaldi








